Marzo 2024, Parigi. Uscendo dalla mostra di Mark Rothko mi giro, guardo in alto e mi vedo nella vela trasparente di Frank Gehry. Cosa cerco nel mio riflesso? Non chi sono, né come sono. Cerco solo una conferma alla domanda: è vero che sono qui? Sì è vero, sono qui ora, sono qui proprio dove desideravo essere.



Quando ho iniziato a fotografarmi? Non lo so. Forse nel 2019 alla Gam di Torino dentro lo specchio di Pistoletto "Uomo e donna alla balconata"? Non ricordo. Come non ricordo proprio dov'ero nello scatto accanto dello stesso anno. A volte non servono alla memoria neanche questi appunti fotografici. "Non ho più ricordi, non voglio ricordare, la memoria risale dalla morte, la vita è senza fine", scriveva Salvatore Quasimodo nel suo "Quasi un madrigale". E poi 2023. Eccomi al Maxxi L'Aquila, nello specchio di Shilpa Gupta "I Will Die", morirò. Ricordati che devi morire. Non riesco proprio a incupirmi. Come non ripensare a Massimo Troisi? Il suo "mo me lo segno proprio...non ti preoccupare", riecheggia nelle mie orecchie e sorrido.



2024, tra i vetri di Palazzo Mocenigo a Venezia meraviglie su meraviglie e meraviglia assoluta che ancora accompagna il ricordo. Sprofondo felice nella "mise en abyme" degli specchi come giocavo a fare da bambina tra le ante dell'armadio di mia nonna.


Venezia. Anish Kapoor alle Gallerie dell'Accademia e Palazzo Manfrin. 2022, si gira ancora con la mascherina, ma l'incubo del Covid è finito. Davanti agli specchi di Kapoor sono inquieta, provo sempre una vertigine. Il mondo potrebbe capovolgersi e deformarsi. Chi mi assicura che tornerò a vederlo come prima?



Ancora Kapoor, è sempre il 2022, sono entrata nello specchio insieme al sangue della grande tela. Al centro affondo e riemergo nel Kapoor Black. Il nero più nero di ogni nero assorbe il 99,99 per cento della luce, ma non me. Il cristallo della teca mi riflette come lo specchio della Fondazione Louis Vuitton a Parigi nel 2024 mentre la esploravo per la prima volta.


Di nuovo la vela di Gehry, è ancora il 2024. Sono una figurina al centro della geometria. Penso alla Pale Blue Dot, la Terra come un puntino di pallido azzurro nella foto della Voyager I lontana sei miliardi di km. Torno sulla Terra, a Venezia. 2024 mi nasconde il viso la simmetria degli specchi di Marina Apollonio a casa di Peggy Guggenheim. Appena posso vengo a sedermi sul suo divano di pelle bianca davanti al caminetto, guardo il Canal Grande oltre la finestra e fingo di abitare lì.



2024, Museo Rodin, Parigi. Sono lo spettro a sinistra dentro la vetrina di Cloto, la Moira che tesse il destino degli umani. Non ho dubbi: Camille Claudel ha più talento di Auguste Rodin suo mentore e amante. Uno sguardo alla vetrinetta con le danzatrici di Rodin, poi non resisto allo specchio sopra il caminetto. All'uscita mi fermerò a lungo in giardino davanti alle anime contorte sulla Porta dell'Inferno. E' solo per questo che sono qui.


2022, nel cortile delle Gallerie dell'Accademia mi cerco nel grande specchio parabolico e mi trovo. A destra, un salto nel 2025, interno notte al Les Deux Magots di Parigi. Torno dopo più di trent'anni, mi siedo dove preferiva Hemingway, brindo a un ricordo. Poi foto nello specchio: sono una macchiolina fuxia, sul tavolo c'è ancora il bicchiere velato di champagne.



E alla fine Milano, 2026, tra Alchimiste e Cariatidi, ho adorato più le seconde. A chiudere di nuovo il 2024 perché nello specchio veneziano di Palazzo Mocenigo il riflesso è abbastanza nitido e, anche se non l'ho chiesto, mi dice più o meno come sono. O meglio, come ero.
